Friday, 30 November 2012

Con Maria nella Fede, nella Speranza, e nell'Amore

PRO MARIJI U VJERI NADI I LJUBAVI


Con Maria nella Fede, nella Speranza, e nell'Amore


Frank Zammit

intervista


Sua Eminenza Reverendissima
Il Signor Cardinale Vinko Puljic
Arcivescovo Metropolita' di Sarajevo
Cardinale Prete di Santa Chiara a Vigna Clara
Sua Eminenza il Cardinale Vinko Puljic con Frank Zammit durante l'intervista



Dov’era quando il Papa ha annunciato che l’avrebbe creato cardinale?


Questo è accaduto il 1 novembre 1994. Uno dei suoi nunzi era venuto a Sarajevo per portare la sua lettera che diceva che sarei stato creato cardinale. Celebrò la messa nella cattedrale strapiena di gente. Utilizzò una strategia tramite la quale allungò la durata della messa fino a mezzogiorno quando il Papa annunciò i nomi dei prelati che venivano creati cardinali. Quando il Papa annunciò il mio nome la congregazione nella cattedrale cominciò ad applaudire e a mostrare la propria approvazione. Avevo solo quarantanove anni e per nove anni ero stato la più piccola cellula nel Collegio Cardinalizio. Il concistoro si tenne la domenica 2 novembre 1994. Dovetti ritornare a Sarajevo nel silenzio della notte come un ladro. Il Papa mi è stato molto vicino. Aveva visitato Sarajevo tra il 12 e il 13 aprile del 1997. Era anziano ma mi ricordo bene i bei discorsi che fece nel mio paese.



Eminenza, con quale spirito dovrebbe entrare nell’conclave un cardinale di Santa Romana Chiesa?  

Personalmente la mia partecipazione nell’ultimo conclave era per così dire una grande esperienza per me. Perché lì dentro uno si ritrova al centro della chiesa. La chiesa di quelli che credono, che pregano, che hanno la speranza di sapere quello che Dio vuole da loro. Per me il conclave era il più grande esercizio spirituale al quale abbia mai partecipato. Ero molto emozionato durante quella processione, soprattutto quando abbiamo cominciato ad avviarci verso la Cappella Sistina durante il canto del Veni Creator e della litania dei santi. Mi sono sentito emozionato quando ho fatto il mio giuramento anche quando pregavo da solo nella mia camera. Sono rimasto impressionato. Sono ritornato a Sarajevo con una grande ricchezza spirituale alle spalle!  Era un’esperienza che mi fece piangere di gioia!


Eminenza come ha scroperto la sua vocazione sacerdotale?


Ero già chierichetto quando ero alle elementari. Ero ancora un ragazzino e sentivo già che nel paese dove vivevo non c’era la libertà. Per poter parlare ai sacerdoti lo facevo in segreto quando mi trovavo in sacrestia. Mi ricordo bene di uno di questo sacerdoti che era perseguitato e condannato al carcere u quando ritornò da noi in quell’era comunista parlò con noi chierichetti della sua esperienza in carcere e delle tante brutte esperienze che dovette subire lì dentro. Ci ha parlato con calma e senza alcuna rabbia o alcuna voglia di vendicarsi. L’ho ammirato moltissimo. Che bello spirito che aveva. Non aveva nessun rimorso per quelli che lo perseguitarono. E io dissi: “Voglio vivere come quest’uomo.” Dopo le elementari, dopo otto anni, mi chiese: “Vinko vuoi diventare sacerdote?” Io chiesi il permesso e la benedizione di mio padre perché potessi entrare al seminario minore. Questa non era una decisione facile perché al tempo del comunismo le autorità non erano contenti di vedere un membro di qualsiasi famiglia entrare in seminario. Infatti appena entrai al seminario mio padre perse il lavoro e tutta la mia famiglia perse la propria sicurezza. Ero dispiaciuto per questa tribolazione della mia famiglia e ho parlato con un sacerdote che mi promise il suo aiuto perché al seminario uno doveva comprare molte cose come vestiti e libri. Mi ricordo che mio padre mi disse: “Vinko siamo tutti nelle mani di Dio senza alcun problema”. Dopo aver terminato gli studi al seminario minore sono entrato in quello maggiore e venni ordinato sacerdote nel 1970. Questa decisione mi ha reso tanto felice.

Quali sono gli obiettivi della Chiesa Cattolica nell’Arcidiocesi di Sarajevo? 

Vorremmo continuare a vivere in questo paese come una Chiesa organizzata. Durante il conflitto migliaia di fedele sono partiti come rifugiati e dopo la fine della guerra non hanno mai fatto ritorno. Prima della guerra l’Arcidiocesi dove servivo contava circa 528 mila cattolici. Oggi la stessa arcidiocesi ha solo 200 mila persona. Più della metà dei cattolici sono rimasti lontani come rifugiati perché non vedono alcuna prospettiva per farvi ritorno. Quest’aspetto mi preoccupa moltissimo anche per rinnovare e riorganizzare l’Arcidiocesi guidata da me.


Ho cominciato a nominare di nuovo cappellani in ogni parrocchia. Anche se non c’è la chiesa, anche se non ci sono le case, i cappellani sono ritornati e hanno cominciato da capo, dalle fondamenta! Dobbiamo riorganizzare quest’arcidiocesi da questa piccolo comunità, da queste piccolo parrocchie. Ho cominciato anche ad educare i giovani perché educhino se stessi anche nelle chiese cattoliche. Queste scuole coprono tutte le razze etniche. Ci sono cinque centri diversi in città diverse. Si trovano scuole primarie, medie ed altre. Abbiamo un centro per i giovani che abbiamo chiamato per Papa Giovanni Paolo II dove c’è anche un prete per gestire questo centro non solo per Sarajevo ma anche per promulgare tanti progetti di assistenza alla generazione dei giovani.

Abbiamo organizzato seminari minori e maggiori siccome senza i sacerdoti la Chiesa non ha futuro. Educare i giovani per il sacerdozio è di grandissima importanza. Abbiamo anche organizzato certi programmi come progetti sociali per gli anziani perché questi ritornino nelle loro case. La Caritas aiuta molto nella loro reintegrazione.

Ci sono anche dei progetti per i laici che aiutano la Chiesa locale. Ho anche lavorato molto sul Consiglio Pastorale e sul Consiglio Presbiterale ma adesso la cosa più importante è dare un segnale all’Europa, perché questa organizzi un dialogo dove noi veniamo stimati alla pari. Sono molto preoccupato perché in questo momento non c’è un senso d’uguaglianza a livello politico e quello economico. Vorremmo appoggiare questo processo per creare uno stato normale dove veniamo stimati alla pari.


Quali sono i suoi ricordi personali di Papa Giovanni Paolo II


Il mio ricordo di Giovanni Paolo II risale a quando ho ricevuto la mia ultima nomina come Arcivescovo. Mi ricordo, avevo molta paura, e non volevo accettare. Il Papa insisteva u mi disse che era importante che accettassi. Mi disse: Vorrei dare un capo a questa diocesi. Alla fine ho accettato. Grazie a Dio avevo molti progetti in mente in modo particolare come organizzare la chiesa locale, ma questo mio sogno è finito bruscamente perché era iniziata la guerra tragica che è durata quattro anni. 


Durante la guerra, sua Santità Papa Giovanni Paolo II è stato un grande padre per noi. È stato sempre vicino alla nostra sofferenza con una forte partecipazione. Molte volte mi ha invitato a parlare della situazione nella quale ci trovavamo. Desiderava molto visitare la Bosnia, soprattutto Sarajevo per dare il suo messaggio di pace. Nel 1994, l’8 settembre, tutto era pronto per la sua visita ma all’ultimo momento il più alto rappresentante internazionale non ha dato il suo permesso alla sua visita a Sarajevo. Eravamo molto delusi per questa decisione ma il Papa trasmise il suo discorso sulla radio vaticana. Quel giorno il Papa ha parlato in croato. Il popolo di Sarajevo si è radunato nella cattedrale per ascoltare il messaggio del Papa. La chiesa era strapiena ma c’era un grande silenzio. Abbiamo cominciato a piangere mentre lo ascoltavamo. 


Dopo il suo discorso ci siamo radunati nel seminario maggiore per un piccolo pasto quando abbiamo ricevuto una telefonata dal Papa. Ma com’era possibile? Le linee telefoniche non funzionavano, erano bloccate. Il Papa mi aveva telefonato usando una linea telefonica speciale. In quel momento non potevo risondere, ero bloccato. Gli ho solo detto: 'Santità, grazie di tutto.' Dopo non sono riuscito a dire nient’altro. Voleva darci la sua benedizione appostolica e il suo appoggio.


Molta della popolazione di  Sarajevo è di fede Islamica. Quali sono i vostri rapporti coi mussulmani?

I nostri mussulmani non sono mussulmani arabi. Sono Slavi. Durante la Guerra dei Balcani c’era un grande influsso dai paesi arabi che ha cambiato la mentalità del paese ma durante la guerra e anche dopo, io li avvicinavo attraverso il dialogo. Infatti noi quattro capi delle diverse religioni abbiamo organizzato un Consiglio Inter Religioso. Ogni anno presiedeva uno di questi capi religiosi. Ogni anno c’era un capo religioso diverso. Attraverso questo Consiglio abbiamo trovato la via che ci ha portato a quelle cose che abbiamo potuto implimentare insieme. Funzionava. Questo dialogo dipendeva anche dalla politica. Quando i politici implimentano l’uguaglianza, allora il dialogo aumenta. Quando non c’é uguaglianza questo dialogo è bloccato. Non era facile perché quando sei in minoranza con i mussulmani sorgono molti problemi non con i mussulmani stessi ma a livello amministrattivo, quello politico e burocratico.


Quali sono i suoi timori a lungo termine e le sue speranze per il suo paese ? 


Il trattato di Dayton m’intristisce. Non è realistico. E quando lo hanno emendato l’hanno trasformato contro il popolo croato. Questo fatto ha creato un problema,  perché quando hanno tolto i diritti al popolo croato questo ha significato un taglio drastico nel numero dei fedeli cattolici nel paese. Avevo timore che potessi perdere molti dei miei fedeli. Come pastore cattolico ho sempre appoggiato e ho esteso ai miei sacerdoti, religiosi e anche fedeli quel raggio di speranza e di coraggio per poter vivere nel nostro paese con una migliore prospettiva per un futuro migliore e un impegno forte.


Tra il 1997 e il 1999 ha pubblicato due libri. Il primo “Per amore dell’uomo. Testimone di Pace a Sarajevo” e il secondo “Non cancellate l’uomo. Un grido di speranza da Sarajevo”. Eminenza mi condividere alcune riflessioni su queste due pubblicazioni?


Questi due libri li avevo preparati in alcuni documenti durante la guerra. Ho sempre desiderato passarli al popolo. Ho dedicato questo lavoro alla pace nel mondo. Come testimonianza, dopo, ho pubblicato altri lavori per mostrare la situazione nel mio paese durante la guerra. Quello che ha fatto la chiesa durante questo conflitto regionale. Ho parlato per lo più a nome della chiesa per mostrare i principi nei quali crediamo sia durante la guerra che dopo e ho parlato nel nome della pace, a favore dei diritti umani soprattutto gli emarginati per dare loro una speranza nel futuro.


Ora che sono passati un pò di anni dalla guerra, come può Sarajevo esser il futuro e non il passato dell’Europa? 


Sarajevo deve realizzarsi come città nella propria realtà, dove vive un popolo che è uscito fuori da tre spaccature etniche diverse. È un peccato che durante gli ultimi tempi Sarajevo si stia sviluppando solo come città mussulmana. Sono dispiaciuto perché alle volte i mussulmani non capiscono quello che dicono. Dicono che sono tolleranti ma non è così. Ci sono anche altre cose che devono essere fatte. Tutti quelli che non aiutano la Bosnia Herzegovina di vivere la propria realtà multi etnica si stanno sbagliando.


Cosa ricorda dei bombardamenti dal cielo che ha subito il suo paese? 


Erano tempi brutti. Era una brutta guerra.  Specialmente quando Sarajevo venne circondata. Circa seicento cannoni spararono contro la città. Non tutto il giorno ma a tratti quotidianamente durante la notte. Ogni secondo cadeva una bomba. Per me fu terribile per lo più per il mio livello psichico. Durante la guerra radunavo i giovani per pregare insieme nella mia cappella, Le preghiere ci rafforzavano spiritualmente e ci davano la forza di continuare a vivere nella speranza. E questo era importante per noi.


Qual’è la posizione della Chiesa in Bosnia Herzegovina circa la possibilità dell’adesione del paese nell’Unione Europea ? 


Sono venuto a Brussels per portare un messaggio. Abbiamo chiesto all’Europa di aiutare la Bosnia Herzegovina a creare uno stato normale, abbiamo anche chiesto l’appoggio dell’Europa per la creazione del lavoro in Bosnia e anche per implimentare i principi democratici per la creazione di uno stato normale nel mio paese. Geograficamente siamo europei. Aspetto dall’Europa un impegno forte politico ed economico.


Come possono vivere insieme i Cattolici e i Mussulmani a Sarajevo? 


Penso che dove c’è l’uguaglianza per lavorare insieme non ci possono essere problemi. Il  popolo da ambe due le parti è abituato ad augurare buone feste all’altra parte quando viene celebrato un avvenimento importante. Molti mussulmani ci augurano Buon Natale e Buona Pasqua. Noi facciamo gli auguri a loro per le loro feste. Questo è importante ma dipende anche dai mass media perché a volte i mass media provocano situazioni considerate negative e delle quali uno può fare a meno. Dipende anche dalla politica. Ma tutto il popolo vuole vivere in pace.


Grazie














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